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        Amo molto passeggiare per Roma per scoprirne luoghi e aspetti magari sconosciuti , purtroppo però

non tutte le mete delle mie “passeggiate” possono essere di piacere, ed una di queste è quella che faccio quando vado a trovare i miei defunti al cimitero Flaminio di Prima Porta.


Non so da quanto tempo la maggior parte di voi non metta piede in un cimitero cittadino, e sottolineo cittadino perché la metropoli è portata per natura ad esasperare tutto, nel bene e nel male, ma se è passato tanto tempo dall’ultima visita, probabilmente non siete a conoscenza del cambiamento visivo che in questi anni si è venuto a creare in questi luoghi.

        

Se ti stai chiedendo cosa ci può essere di diverso in un cimitero di oggi rispetto a quello di dieci o venti anni fa è segno che fai parte di quelle persone  che non ci mettono piede da qualche annetto almeno, quindi apri gli occhi e osserva come ti cambiano i costumi sotto gli occhi senza che nemmeno te ne rendi conto.

      
  Il cambiamento di cui ti parlo e che mi ha maggiormente colpito - al limite dell’incazzatura – consiste nella prolificazione di una strana pianta posta ad ornamento (nell’intenzione di chi la pone) delle spoglie mortali di coloro che più non sono e che ci hanno preceduto nell’ultimo viaggio.

        La particolarità di questa pianta è riscontrabile nella colorazione che è in maggior parte di un bel giallo-rosso, ma ce ne sono anche di bianco-celesti e nero-azzurre.


Te le vedi spuntare ovunque e in maniera sempre più invadente: dall’alto di una colonna, da dietro una lapide, in mezzo al camposanto, nessun posto è non dico proibito, ma nemmeno inopportuno. Del resto di cosa stiamo parlando… di morte, di dolore, di rispetto dei sentimenti altrui? Per alcuni queste parole non hanno senso. Tutto deve essere sminuito, camuffato, anche la morte che, intendiamoci, è forse l’esperienza più dolorosa che possa passare nella vita di una persona, ma che appunto in quanto tale dovrebbe portare a un qualche cosa che si chiama maggior coscienza e conoscenza di noi stessi e di tutto quello che ci circonda.

        
        Trattarla così alla stregua di una partita di calcio è uno spettacolo veramente triste ed umiliante per chi lo fa e per chi lo subisce. Quei simboli di appartenenza, quelle bandiere che sventolano al vento, quelle sciarpe, quegli striscioni di quattro metri non sono omaggi silenziosi alle persone che abbiamo amato ma sono grida sguaiate in un mondo che dovrebbe essere di silenzio e riflessione.

        Possibile che la mia coscienza sia l’unica a sentirsi offesa in un simile contesto e che per gli addetti ai lavori tutto questo rientri nella norma?


Un’ultima domanda: a quando una bella scritta spray tipo laziale bastardo e romanista boia sulla lapide di un morto “avversario”?

 

Pubblicato il 8/7/2005 alle 13.51 nella rubrica Diario.

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